Il gambero della Louisiana

Il gambero di fiume che viene da lontano
Intervista al gambero della Louisiana – corpulento e un po’ brutale – che si è adattato ai nostri ambienti. Intanto, a causa dell’inquinamento, i gamberi autoctoni finiscono nella lista delle specie a rischio di estinzione | Claudia Pirola, servizio civile volontario CFU (rif. Sentieri in Città, n. 7 – 2° serie)

Phylum: Arthropoda (Artropodi)
Classe: Crustacea (Crostacei)
Sottoclasse: Malacostraca (Crostacei superiori)
Ordine: Decapoda (Decapodi)
Famiglia: Astacidae (stessa famiglia di aragoste e astici)
Genere: Procambarus
Specie: P. clarkii (Girard, 1852)

In un tardo pomeriggio d’inizio primavera abbiamo intervistato uno straniero che popola i corsi d’acqua di Boscoincittà e Parco delle Cave, uscito da poco da un anfratto naturale o da una galleria scavata nel fango dove ha trascorso i freddi mesi invernali in quiescenza: è il gambero della Louisiana.

Ben trovato signor Gambero, ci può raccontare qualcosa di lei?
Il mio nome scientifico è Procambarus clarkii. Sono un gambero d’acqua dolce di grandi dimensioni, posso raggiungere 12 centimetri di lunghezza e 1 etto di peso. Ho una corazza robusta rossastra con puntini chiari e scuri. Ho due paia di antenne che sono organi di senso così come i due piccoli occhi rotondi. Posso sembrare minaccioso a causa delle due grandi chele e del mio rostro appiattito, dotato di dentelli laterali per masticare e triturare. Le altre otto appendici mi servono per camminare, afferrare il cibo e nuotare: nei maschi alcune sono trasformate in organi riproduttivi. Preferiamo la notte per la ricerca di cibo e partner. Contrariamente a quanto accade per altre specie di gamberi, le femmine sono più grandi dei maschi.

Come mai un gambero della Louisiana si trova nei corsi d’acqua dei dintorni di Milano?
I miei antenati sono originari del Nord America. Negli anni ‘70-‘80 alcuni di loro vennero portati in Europa per abbellire gli acquari o per essere allevati a fini culinari (i vostri libri di ricette ci ripropongono alla diavola, in umido o sottoforma di cacciucco di acqua dolce). Qualcuno riuscì a fuggire per conquistare nuovi territori acquatici e diffondersi in Italia, Spagna, Francia e Germania.

È vero che camminate all’indietro?
Di solito camminiamo in avanti, ma possiamo fare veloci fughe all’indietro grazie all’addome flessibile e alla spinta della coda a ventaglio. Non sempre di fronte a un pericolo ce la diamo a gambe: con le robuste chele possiamo difenderci o catturare prede.

Siete tipi romantici?
Non direi, spesso le nostre femmine restano ferite o uccise perché il corteggiamento è piuttosto rude: per accoppiarsi il maschio cerca di rovesciare la femmina con le chele. Però abbiamo buone madri che, due volte all’anno, producono fino a 700 larve e che proteggono sotto l’addome le uova e i piccoli.

Come fate a crescere con una corazza così ro- busta?
Quando il nostro esoscheletro diventa troppo stretto lo eliminiamo, aumentiamo di volume assorbendo acqua e ne costruiamo uno più grande. Queste mute avvengono 5-6 volte nel primo anno di vita, poi una sola volta ogni dodici mesi. Per sicurezza quando ci ritroviamo con il corpo molle e indifeso restiamo nascosti nelle nostre tane o sotto i sassi.

Qual è il segreto della vostra diffusione?
Siamo molto adattabili e abituati a tollerare inquinamento e prodotti chimici, variazioni di salinità e di temperatura. Possiamo percorrere molti chilometri al giorno e ci siamo abituati a sopportare l’assenza d’acqua perché i territori lungo il Mississippi, abitati ancora dai nostri ‘zii’, sono inondati solo periodicamente: esponendo le branchie all’aria possiamo sfruttare l’ossigeno atmosferico.

Sapete di essere molto mal visti?
Ci nutriamo di uova di pesci e anfibi, di girini e piante acquatiche entrando in competizione con molluschi, insetti e altri invertebrati acquatici; ci nutriamo anche di bulbi e germogli. Nel primo caso creiamo squilibri nelle catene alimentari; nel secondo danni economici alle aziende floricole. In Europa non abbiamo predatori naturali se non l’airone rosso e l’airone cinerino, la garzetta e il tarabusino che hanno ormai imparato a considerarci un’ottima e facile preda.

Nel ringraziare e salutare il signor Gambero è opportuno ricordare che contrariamente al gambero della Louisiana i gamberi autoctoni (Austropotamobius pallipes e A. torrentium) sono in via di estinzione o comunque molto delicati, al punto da essere specie protette inserite nel ‘libro rosso’ degli invertebrati dell’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (www.iucn.org).

GLOSSARIO
Autoctono: gruppo di animali o vegetali che si ritengono originari del territorio che occupano
Chela: parte terminale degli arti, a forma di pinza Esoscheletro: scheletro esterno costituito da chitina e sali minerali, corazza
Muta: sostituzione periodica della corazza
Rostro: prolungamento anteriore dell’esoscheletro che forma una sorta di becco adunco e robusto